autore: Giordano Bruno

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Giordano Bruno

Filippo Bruno, noto con il nome di Giordano Bruno (Nola, 1548 – Roma, 17 febbraio 1600), è stato un filosofo, scrittore e frate domenicano italiano vissuto nel XVI secolo. Il suo pensiero, inquadrabile nel naturalismo rinascimentale, fondeva le più diverse tradizioni filosofiche — materialismo antico, averroismo, copernicanesimo, lullismo, scotismo, neoplatonismo, ermetismo, mnemotecnica, influssi ebraici e cabalistici — ma ruotava intorno a un’unica idea: l’infinito, inteso come l’universo infinito, effetto di un Dio infinito, fatto di infiniti mondi, da amare infinitamente.

Filippo della famiglia dei Bruni assunse il nome di Giordano (che avrebbe poi sempre mantenuto) quando vestì a 17 anni l’abito domenicano nel convento di S. Domenico Maggiore a Napoli. In questo convento trascorse la maggior parte dei suoi anni di chiostro come novizio, professo (1566), sacerdote (1573) e dottore in teologia (1575); spirito irrequieto e ribelle, acquisì uno straordinario sapere leggendo avidamente e meditando poeti, scienziati e filosofi, ortodossi ed eretici, la letteratura ermetica, magica, astrologica e cabalistica; di alcuni autori in particolare subì il fascino: Eraclito, Parmenide, Lucrezio, Plotino, Lullo, Cusano, Ficino, Pico e Copernico. Da queste letture, dopo l’iniziale adesione a metafisica e cosmologia aristoteliche, Giordano Bruno fu spinto all’inquieta ricerca di nuovi orientamenti. Nel 1576, sospettato di eresia, riparò a Roma, di qui, deposto l’abito ecclesiastico, errò di città in città; fu a Ginevra (1579), dove per alcuni mesi abbracciò il calvinismo, a Tolosa e a Parigi, dove, grazie alle sue eccezionali conoscenze mnemotecniche e lulliane, si mise in luce alla corte di Enrico III che gli conferì un lettorato di filosofia alla Sorbona. A Parigi, nel 1582 pubblicò, oltre alla commedia ilCandelaio, tre scritti (De umbris idearum, Cantus circaeus e De compendiosa architecturaet complemento artis Lullii) nei quali espone le due tanto vantate arti combinatoria e mnemotecnica.

Nella mnemotecnica si tratta di risolvere il problema della memoria fondandosi sulle leggi dell’associazione; ma Giordano Bruno, nel ricorrere per le idee all’unione con immagini sensibili, si basa su un principio filosofico: che le nostre idee, ombre delle idee eterne, sono, come queste, legate tra loro in una lunga catena e si illuminano a vicenda, perché unica è la luce che in tutte risplende.

Ospite dell’ambasciatore francese, B. passò quindi in Inghilterra (1583-1585); qui, in un ambiente aperto ai nuovi stimoli culturali, visse anni di fervida attività creativa nei quali iniziò a pubblicare le prime opere strettamente filosofiche: a Londra apparvero, con il finto luogo di Parigi e di Venezia, La cena de le Ceneri, De la causa, principio et uno, De l’infinito universo et mondi, Spaccio de la bestia trionfante (1584); Cabala del cavallo pegaseo. Con l’aggiunta dell’asino cillenico, e De gl’heroici furori (1585). La cena e De l’infinito presentano, contro la cosmologia geocentrica, la visione di un Universo infinito dedotta dalla cosmologia copernicana e dal principio dell’infinità divina; in seguito, nel De la causa, dall’unità del primo principio divino e dell’anima universale, che tutto muove e governa, B. giunge all’unità divina dell’infinita natura; nello Spaccio, infine, applicando all’uomo, specchio dell’Universo, l’immanenza del divino, definisce un percorso di «purgazione» morale, che, esaltando lavoro, giustizia e amore come i principi etici fondamentali dell’umanità, conduce lo spirito all’unità più profonda con l’universalità divina. A questa meta, che si realizza solo nella contemplazione della verità, si arriva (come viene illustrato nella Cabala e nell’Asino) liberando la via dall’ostacolo della «santa asinità» (cioè la pedanteria), nemica dell’investigazione del vero; gli Eroici furori, infine, fanno percorrere la scala ascendente della conoscenza e dell’amore fino alla visione dell’infinita natura, nella cui unità la mente ritrova Dio e in lui s’immedesima.

Durante il soggiorno inglese, per alcuni mesi (1583) Giordano Bruno fu a Oxford, ma dopo poche lezioni nelle quali espose il nucleo centrale della sua cosmologia e ontologia (che avrebbe poi presentato nei dialoghi italiani), fu accusato di plagio e sospeso dall’insegnamento. Tornato a Parigi nel 1585, trovò un clima culturale minato da profonde tensioni religiose e dopo poco decise di ripartire. Nell’agosto del 1586 passò in Germania e, dopo continui spostamenti da Magonza a Wittenberg, da Praga a Helmsted e a Zurigo, tra il 1590 e 1591 pubblicò tre poemi latini (De triplici minimo et mensura, De monade, numero et figura, De immenso et innumerabilibus) a Francoforte. In questa città (1591) gli arrivò l’invito di un patrizio veneziano, G. Mocenigo, che intendeva farsi insegnare da lui la mnemotecnica, e forse la magia; si recò pertanto a Venezia, dove però poco dopo fu denunziato come eretico dal suo ospite, probabilmente insoddisfatto di non essere riuscito a carpirgli insegnamenti magici e reso diffidente dagli atteggiamenti ereticali del filosofo. Nel 1592 venne arrestato dall’Inquisizione e processato. Si dichiarò disposto a fare ammenda, ma, trasferito all’Inquisizione di Roma (1593), e sottoposto a un nuovo processo che durò sette anni, rifiutò di ritrattarsi, e fu come eretico condannato al rogo, che affrontò con coraggio a Roma in Campo de’ Fiori.

Ogni cosa partecipa de vita… e quando veggiamo alcuna cosa che se dice morire, non doviamo tanto credere quella morire, quanto che la si muta, e cessa quella accidentale composizione e concordia, rimanendo le cose che quella [la morte] incorreno sempre immortali.

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